Emigrazione

Storia e documenti dell’emigrazione vastese.

Questo documentario e` basato su intervisti di emigranti Vastesi, la maggior parte a Perth ed alcuni a Vasto. Si tratta dell’emigrazione Vastese e si concentra sull’Australia. La durata e di 1 ora e 18 minuti.

Emigrazione Vastese in Australia

Il saggio e` basato sul documentario sopra. Fu presentato al Royal Western Australian Historical Society nel 2013. Solo in inglese.

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Monumento All'Emigrante Perth 2007

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L’emigrazione italiana nel mondo

Partono i bastimenti per terre lontane:

Valigie piene di sogni e di nostalgia

a cura di Beniamino Fiore

Sin dagli anni successivi all’unificazione nazionale le migrazioni verso l’estero rappresentano un importante fenomeno legato all’evoluzione demografica, economica e sociale del regno. Il fenomeno è finalizzato alla sopravvivenza stessa degli individui e delle famiglie, resa problematica dalla drastica riduzione delle opportunità occupazionali causata dallo squilibrio fra crescita demografica e sviluppo economico.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’Italia si trova ancora nella prima fase del processo di transizione demografica: alla diminuzione della mortalità non ha ancora fatto seguito una contrazione della natalità, con conseguente elevato incremento naturale della popolazione. Nel contempo le trasformazioni delle strutture produttive e in particolar modo i mutamenti delle tecnologie nel settore agricolo e in quello industriale hanno creato profondi squilibri fra settori produttivi, fra classi sociali, fra aree territoriali, provocando la scomparsa di vecchie professioni e un’eccedenza di manodopera.

Dal punto di vista quantitativo il fenomeno assume dimensioni notevoli. Si stima che fra il 1876, anno in cui si cominciano a rilevare ufficialmente i dati, e il 1976 oltre 24 milioni di persone hanno lasciato il territorio nazionale. All’interno di questo lungo periodo naturalmente il numero annuo di emigrati ha significative e notevoli variazioni. I periodi in cui si verifica la massima espansione dei flussi migratori sono quelli compresi fra gli ultimi decenni della fine del secolo e la prima guerra mondiale (con quasi 14 milioni di espatri).

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Migrants arriving at the port of Naples, the first stage in their long journey overseas

Quei penosi viaggi sugli oceani

E per letto “una cuccia di cane”

Teodorico Rosati, ispettore sanitario, così descriveva uno dei tanti viaggi dell’epoca: “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, con i piatti tra le gambe, e il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiavano il loro pasto come i poveretti alle porte dei conventi. E’ un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare sul quale si rove-sciano tutte le immondizie volontarie ed involontarie di quella popolazione viaggiante”.

La traversata in tale condizioni, era una vera e pro-pria avventura che durava dai 25 ai 30 giorni, talvolta anche di meno, e dipendeva dalle navi di Lazzaro come venivano definite queste “carrette del mare”, dove si viveva in condizioni di sovraffollamento incredibile, tutt’altro che umane, con i naufraghi all’ordine del giorno. Il costo del viaggio era tutt’altro che trascurabile. Un’indagine svolta nel 1892 da Agostino Bertani, nell’ambito dell’inchiesta agraria Jacini sulle condizioni nelle campagne, svelò che un contadino della Basilicata, che con il suo duro lavoro guadagnava giornalmente non più di una lira, dichiarò d’averne dovute pagare ben 235 all’agente per l’organizzazione del viaggio per l’emigrazione.

Il viaggio, specie nei primi anni del fenomeno migratorio, costituì per molti un’esperienza molto dura, se non addirittura traumatizzante per alcuni. Tra gli episodi luttuosi verificatesi in quegli anni, oltre ai numerosi naufragi ci limitiamo a segnalare i 18 morti del piroscafo Matteo Bruzzo per mancanza di viveri nel 1888, e l’anno successivo i 27 emigranti deceduti per asfissia sul piroscafo Frisca. “Quei viaggi penosi sugli oceani” come vennero definiti da La Domenica del Corriere […].

Secondo Teodorico Rosati “l’emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano”. Dopo qualche giorno ogni letto è “una cuccia di cane”.

 (da www.rivisondoliantiqua.it)

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Per quanto riguarda le destinazioni delle correnti migratorie, fra il 1876 e il 1885 la meta principale è stata l’Europa centrale (circa il 64% del totale degli espatri). I paesi di maggiore attrazione sono la Francia, la Svizzera e, in minor misura, l’Austria-Ungheria e la Germania. Dal 1885 fino al 1920 assumono un peso maggiore le destinazioni transoceaniche, rappresentate soprattutto da Argentina, Brasile e Stati Uniti.

L’emigrazione non riguarda contemporaneamente e in eguale misura tutti i territori dello Stato italiano, ma nel corso del tempo sono diverse le aree di provenienza e l’entità dei flussi. Da un punto di vista temporale sono le regioni del nord le prime ad essere interessate dal fenomeno.

Verso la fine dell’Ottocento le partenze dal sud, ormai simili ad un esodo di massa, derivano dall’effetto congiunto di due fattori: la formazione di una nuova domanda di manodopera dalle Americhe, che agisce come fattore di richiamo, e la rivoluzione nei trasporti marittimi con l’introduzione della navigazione a vapore, che porta una notevole riduzione dei tempi e dei costi dei viaggi.

Il 26 gennaio 1902 il settimanale La Domenica del Corriere pubblica una corrispondenza dalla capitale dell’Argentina che descrive la sorte di tanti connazionali sbarcati su quella lontana terra. Vi si legge, tra l’altro: “Ogni nave che arriva a Buenos Aires scarica su le banchine del Porto Madero migliaia di italiani, quasi tutti contadini allucinati dal miraggio dell’America che pur non sanno dove sia né cosa sia.

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Emigranti, in guardia!

E’ necessario mettere gli emigranti in guardia contro gli abusi dei quali possono essere vittime per opera di persone poco oneste, che spesso si fanno loro incontro allo sbarco, offrendosi di trovare loro lavoro, di far cambiare la moneta e di condurli presso i parenti o gli amici. A garantire gli emigranti dalle insidie che spesso li attendono nei paesi di destinazione, si è provveduto colla istituzione di associazioni di patronato. Alcune di codeste associazioni sono stabilite a New York e in altri porti dell’America.

Conviene adoperarsi a rimuovere gli ostacoli che quelle benemerite associazioni incontrano nella loro azione di tutela, per la diffidenza degli stessi emigranti, i quali in generale sono restii a valersi dei loro servigi. Esse sono: la Società per la protezione degli emigranti italiani; l’Istituto italiano di beneficenza; la Società di San Raffaele. La prima di queste società esercita il patronato degli emigranti fin dal loro arrivo ad Ellis Island, dove sono condotti per essere esaminati e ammessi allo sbarco; la seconda assiste gli emigranti che, ammessi allo sbarco, si trattengono per qualche giorno in New York; l’altra esercita specialmente il patronato delle donne e dei fanciulli.

(Istonio, 30 agosto 1903)

Vasto Railway Station 1903

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L’America è per essi una lotteria: giocano mettendo per posta la vita! Il numero degli arrivati è pubblicato vicino alle note di carico, come si trattasse di merce d’importazione.”

Che cosa accade dopo lo sbarco? Scrive ancora La Domenica: “Appena toccato il suolo, i poveri viaggiatori vengono accolti nel cosiddetto Hotel de Immigrantes che sorge su una fangosa landa di terra fra il torbido Rio de la Plata e la città. L’Hotel è gremito. Il lavoro di sparpagliamento di questa gente per tutta la Repubblica procede alacremente. Annesso al ricovero per gli emigranti c’è la Oficina de Trabajo che riceve le domande di mano d’opera e distribuisce il lavoro; gli emigranti con le famiglie sono trasportati sul posto del lavoro a spese dello Stato”.

Sembrerebbe un’ottima cosa, ma, il corrispondente de La Domenica puntualizza: “Teoricamente l’organizzazione è bella, ma il suo funzionamento è spesso inumano. I lavori per i quali si richiede la mano d’opera sono ben sovente temporanei; quando sono finiti, gli operai vengono licenziati; i miseri rimangono senza risorse in mezzo a un paese sconosciuto, soli, inascoltati e ignorati. E non possono tornare indietro; l’emigrante può viaggiare gratis su tutte le linee della Repubblica, ma solo in una direzione: in avanti, verso le periferie.

L’Argentina ha bisogno di decentrare la popola-ione. La legge è sapiente, ma spietata. Giunti all’interno gli emigranti speranzosi sono praticamente prigionieri del paese”.

Tra il 1901 e il 1902 la grossa fiumana dei nostri emigranti comincia a riversarsi sugli Stati Uniti. La corsa all’imbarco diventa affannosa. C’è chi vende, chi fa debiti, perfino chi ruba per accontentare le esose pretese dei procacciatori (illegali da una quindicina d’anni, ma sempre operanti) che battono le campagne a ingaggiare emigranti: trenta dollari, e si parte. La legge n. 23 del 31 gennaio 1901 cerca di regolamentare il flusso e crea un Commissariato generale dell’emigrazione. Ma ci vuol altro. La fame è fame, e con tutti i mezzi, in tutti i modi la gente affolla le banchine per contendersi il diritto di trovare il pane in qualche altra parte del mondo. L’ottantotto per cento dei partenti è costituito d’uomini (dai 14 ai 45 anni), solo il dodici da donne: sono cifre che dicono di quale disperata emigrazione si tratti.

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Ellis Island - "The Island of Hope" and also "The Island of Despair"

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I negrieri delle compagnie marittime fanno affari d’oro. Accatastano uomini come bestie, fin sui ponti e nelle stive – un pieno carico può fruttare sessantamila dollari – e dopo tre settimane o un mese fanno scendere attonite greggi umane sui moli lungo l’Hudson. Il peggio non è ancora venuto. Grosse chiatte imbarcano di nuovo gli uomini, li portano attraverso la baia, li scaricano a Ellis Island. Su questo grosso scoglio è stata eretta l’anticamera dell’America. Gli emigranti vengono divisi in gruppi di trenta, a ciascuno viene dato un cartellino con un nome, una lettera e una cifra. E qui comincia la lunga attesa, fatta di trepidazione, di speranze, d’angosce. In lunghe colonne, gli uomini vengono fatti sfilare davanti a due ali di medici. Da una visita sommaria può dipendere il destino d’una vita. I sanitari hanno un gessetto in mano, spesso qualcuno traccia dei segni sugli indumenti degli uomini. Sigle misteriose, che solo pochi, in quella massa per gran parte analfabeta e completamente digiuna d’inglese, riescono a interpretare: CT sta per traco-ma, H per cuore, G per gozzo, PG per gravidanza. Se la diagnosi è confermata, molto spesso è l’amaro ritorno coatto. Le statistiche dicono che un quindici per cento degli emigranti è trovato affetto da qualche morbo.

Ellis Island Medical Checks

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Con diciassette dollari in tasca (valore medio attribuito ad ogni emigrante) 170.000 italiani partono alla conquista dell’America. E’ un viatico misero. I “padroncini” sono in agguato, per un boccone di pane ingaggiano in proprio i nuovi venuti e li fanno lavorare in condizioni disperate, assicurando un miserabile ricovero e del cibo appena sufficiente. Eppure, nonostante queste premesse, molti riescono anche a risparmiare: 300 milioni di lire affluiscono annualmente in Italia. La storia della nostra emigrazione negli Stati Uniti, a partire dai primi del secolo, non può dimenticare tutto questo. Si comprende allora la tendenza degli italiani ad affollarsi in ghetti, la loro solidarietà di poveri (che porta talvolta al risvolto criminale dell’omertà mafiosa), e soprattutto l’inestinguibile nostalgia d’una generazione che non sa adattarsi a questa nuova patria.

Mamma mia dammi cento lire

Con queste parole, una nota canzonetta popolare esprimeva le speranze e i drammi di chi cercava nell’emi-grazione verso le Americhe una via di emancipazione economica e sociale.

Mamma mia dammi 100 lire
che in America voglio andar!
Cento lire io te le do
ma in America no, no, no!

I suoi fratelli alla finestra:
Mamma mia lassela andar!
Vai, vai pure o figlia ingrata
che qualcosa succederà!

Quando furono in mezzo al mare,
il bastimento si sprofondò!
Pescatore che peschi i pesci,
la mia figlia vai tu a pescar!

Il mio sangue è rosso e fino,
i pesci del mare lo beveran!
La mia carne è bianca e pura,
la balena la mangerà!

Il consiglio della mia mamma
l’era tutta la verità,
mentre quello dei miei fratelli
resta quello che m’ha ingannà!

Dear Mother Give Me 100 Lire

With these words, a well known popular song, expresses the hopes and tragedy of those that tried to find in migrating to the Americas economic & social emancipation.

Dear mother give me 100 lire
as I would like to go to America
A hundred lire I will give you
but in America no, no, no!

His brothers at the window:
Dear mother let her go!
Go, go if you will ungrateful daughter
but something will happen!

When they were in mid sea,
the ship sank!
Fisherman that catches fish,
go and fish for my daughter!

My blood is red and fine,
the fish of the sea will drink it!
My flesh is white and pure,
the whale will eat it!

The advice of my mother
was all very truthful,
while that of my brothers
was that which deceived me!

Mamma Mia Dammi Cento Lire

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Negli anni seguenti il primo conflitto mondiale l’emigrazione riprende intensamente, con elevati livelli di partecipazione, ma si tratta di un fenomeno di breve durata. Dalla seconda metà degli anni venti infatti gli espatri diminuiscono progressivamente a seguito delle restrizioni all’immigrazione poste dagli Stati Uniti e della politica del governo fascista. Il Regime ostacola gli espatri per avere una popolazione più numerosa, allo scopo di tenere basso il salario degli operai e avere molti giovani per l’esercito.
Il flusso migratorio riprende nuovamente vigore dopo la seconda guerra mondiale, con una intensità che si mantiene costante fino alla metà degli anni sessanta. In questi decenni le partenze si dividono in misura quasi uguale tra le nazioni europee e quelle extra-europee, (in particolare l’Australia) per poi orientarsi prevalentemente verso i paesi industrializzati dell’Europa occidentale: Germania, Belgio, Svizzera, che mostrano una forte richiesta di manodopera straniera.
Questo flusso anche negli anni ’70 continua ma con la tendenza ad una costante diminuzione. Nel decennio successivo i rientri superano le uscite e quindi l’emigrazione, almeno quantitativamente è un fenomeno ormai superato.

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La nave con cui Nicola Sabatino emigro` in Australia.

Peter Plowman: Australian Migrant Ships 1946-77

Nicola Sabatino descrive il suo triste viaggio in Australia da emigrante, attraversondo mezzo mondo.

Di sotto una serie di vari documenti. Alcuni sono dall’Archivio Comunale di Vasto a cura di Renata D’Ardes. Ci sono anche degli estratti di vari giornali a cura di Beniamino Fiore.

Lista incompleta di vastesi che morirono oltremare - Renata D'Ardes

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Navi passeggeri degli emigranti 1902-3 - Renata D'Ardes

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Documenti di passaporti 1913-18 - Renata D'Ardes

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Documenti di passaporti 1926-30 - Renata D'Ardes

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Documenti di passaporti 1930-2 - Renata D'Ardes

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Documenti di passaporti 1932-3 - Renata D'Ardes

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Compagnie di trasporto 1889-1930 - Renata D'Ardes

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Cronache D'Epoca - Istonio 1888-1912 - Beniamino Fiore

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Cronache D'Epoca - Il Vastese 1924-33 - Beniamino Fiore

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Cronache D'Epoca - Histonium 1949-61 - Beniamino Fiore

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Cronache D'Epoca - Vasto Domani 1968-90 - Beniamino Fiore

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