La mappa dimostra la distribuzione degli italiani in Australia in percentuale della popolazione.

Australia
a cura di Paolo Calvano
L’emigrazione italiana in Australia inizia con molto ritardo rispetto alle altre nazioni. Fino al 1880 nel nuovo continente sono pochissimi gli italiani presenti; vi sono arrivati in modo episodico, spinti non solo da motivi di lavoro, ma anche dalle vicende politiche del lombardo-veneto che faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico. Difatti i nostri connazionali sono soprattutto coltivatori, muratori e minatori della Lombardia e della Val Padana.
Minatori italian a Spring Creek anni 1890

Italiani in Australia attorno al 1900

In realtà l’Australia costituisce una destinazione proibitiva per il costo del viaggio, che risulta una vera avventura (in quanto l’unica soluzione possibile è la circumnavigazione dell’Africa), e per la mancanza di collegamenti diretti delle nostre linee marittime di navigazione. Nel 1881 gli italiani sono poco più di 1.700, quasi tutti concentrati nei tre stati orientali del New South Wales, del Victoria e del Queensland. Prima dello scadere del secolo arriva-no nel continente oltre trecento contadini del centro nord richiamati dallo sviluppo delle coltivazioni di canna da zucchero nel Queensland e svariate centinaia di minatori settentrionali attirati dalla corsa all’oro che si scatena nella zona occidentale. All’interno di un movimento complessivo di circa 12.000 spostamenti conteggiati fino allo scoppio della grande guerra i numeri dei cittadini italiani lie-vitano fino ad arrivare a circa 7.000. Con il blocco degli accessi in terra Americana l’Australia diviene una delle destinazioni preferite dei migranti.
Particolarmente significativo il quadriennio 1922-5 in cui il numero degli arrivi è stimato in circa 15.000. Da allora, alla resistenza del regime fascista che cerca di impedire il flusso migratorio, si aggiunge la grande recessione del 1929 e la federazione austra-liana è costretta a limitare un afflusso così massiccio della forza lavoro italiana. Alle restrizioni legislative si aggiungono anche cruenti episodi di razzismo e di scontri sociali, legati anche alla mancanza di lavoro, in cui vengono coinvolti nostri connazionali.
In ogni caso, la situazione del 1933, in un momento di relativa stasi, certifica che la comunità italiana è divenuta la più numerosa tra quelle di lingua non inglese con oltre 26.000 individui (ben 20.000 quelli di sesso maschile) e negli anni successivi con gli arrivi di mogli e figli che si ricongiungono in famiglia molte situazioni sono stabilizzate. Il periodo che segue lo scoppio della seconda guerra mondiale è per i nostri emigranti il più duro in assoluto in quanto sono trattati da nemici dello Stato, essendo originari di un paese impegnato nel conflitto. Dopo essere stati privati del lavoro, allontanati dai luoghi di residenza e dalle loro famiglie, vengono utilizzati in aziende agricole lontane dalla costa o trasferiti in campi di internamento dove si incontrano con gli italiani prigionieri, catturati in guerra e qui deportati (complessivamente i connazionali qui dislocati pare siano stati 18.000). L’unico aspetto positivo di questa deportazione, sembra essere stato il cambio di mentalità introdotto nell’opinione pubblica australiana, che da questi anni comincia a percepire l’italiano come un soggetto lavoratore e responsabile.
Lo sviluppo del dopoguerra porta nella società australiana la necessità di manodopera e costringe a progettare un incremento della popolazione per favorire il decollo di uno stato economicamente e strategicamente essenziale nel panorama mon-diale. Nel 1951 gli accordi bilaterali permettono ai familiari in Italia di ricongiungersi con i lavoratori italiani rimasti nel continente anche durante il conflitto e predispongono le “chiamate garantite”, spesso con la copertura dei parenti già stabilizzati. Inizia quello che per quasi 20 anni si connota come esodo di massa con caratteristiche di trasferimento definitivo. Alcuni studiosi stimano che il gruppo etnico italiano dopo i massicci afflussi di quegli anni (comprendente la prima e la seconda generazione) raggiunga la cifra record di 500.000 unità.
Partenza per l'Australia sulla nave Flaminia. Trieste agosto 1956

Emigranti italiani per l'Australia. Napoli tardi anni 50

Dalla fine degli anni ’60 il movimento migratorio si riduce, per poi arrivare ad arrestarsi subito dopo. Negli anni ’80 gli italiani rappresentano il 2% della popolazione totale e il 10% degli “stranieri”. Altra caratteristica interessante è che il flusso di questo periodo pesca soprattutto nelle regioni meridionali: le provenienze dal sud sono il 56% e dalle isole il 25,5% con punte massime per la Calabria e la Sicilia che raggiungono insieme un terzo degli arrivi.
Alcuni numeri ci permettono di fotografare sociolo-gicamente questo mondo “italo – australiano”.
Nel 1980 i nostri connazionali sono concentrati so-prattutto nelle grandi città e nei loro dintorni dell’est australiano: 200.000 a Melbourne, 180.000 a Sidney, 90.000 ad Adelaide. In genere lavorano nei settori industriali. Negli stessi anni gli italiani di prima generazione, censiti in circa 150.000, sono stabilmente occupati. Gran parte sono localizzati nei centri agricoli dei tre stati dell’Est come pro-prietari delle fattorie e dei terreni che coltivano. Successivamente sembra esserci stata un’evolu-zione nell’attività intrapresa perché molti, nelle periferie delle grandi aree urbane, si indirizzano nel terziario specializzandosi nei settori del commercio, della ristorazione e delle costruzioni.
Al di là degli aspetti quantitativi specifici, un esem-pio è la grande presenza di abruzzesi ed in particolare di vastesi a Perth, è notevolmente evidente l’influsso di questa cultura “Italo-australiana” in alcuni centri dell’Occidente (Fremantle), del New South Wales (Fairfield e Leichhhardt) e del Victoria (Carlton e Griffith).
Come vivevano i lavoratori vastesi in Australia negli anni Venti del Novecento
“[…] L’Australia è 26 volte più grande dell’Italia; ma è molto spopolata: conta appena sei milioni di abitanti. Le stagioni qui ricadono in tempi diversi da quelli dell’Europa; perché mentre in Europa il 21 settembre comincia l’autunno, in Australia nel medesimo giorno entra la primavera.
Il lavoro al quale attendiamo è il dissodamento d’immensi boschi chiusi: gli alberi che tagliamo vengono bruciati ed il terreno viene preparato per renderlo adatto alla semina.
Io lavoro al bosco con altri sei vastesi e guadagno mezza sterlina al giorno. Il vitto si ha molto a buon mercato, le uova costano un penny (due soldi) l’uno, il pane e la carne una scellina (£. 1,25) al chilo.
In Australia la temperatura è caldissima; dormiamo nel bosco sotto le tende, ed il lavoro è molto duro, specie per la grande quantità d’insetti che ci tormentano mentre lavoriamo. Mentre nella città si beve acqua buona di sorgiva, qui è invece salsa e malsana, e siamo costretti a bere acqua di pioggia che raccogliamo in un pantano e che poi facciamo bollire. Nel mio viaggio da Napoli in Australia ho impiegato 34 giorni col piroscafo Palermo, sulla costa dell’Africa a sud di Porto Said, ho trovato un caldo, 44 gradi centigradi, che abbruciava la terra […]”.
(da una lettera del 1926 del vastese Antonio Pellicciotta)
Elenco dei primi vastesi arrivati in Australia nel 1926-27
* 28 febbraio 1926:
Saraceni Luigi (nato nell’ottobre 1877), Saraceni An-tonio (n. il 22 aprile 1890) e Pellicciotta Antonio.
* 3 novembre 1926:
Saraceni Nicolamaria (n. 11 settembre 1906), Pracilio Luigi (n. 1908) e Del Borrello Nicola (n. 8 dicembre 1895).
* 29 dicembre 1926:
De Rosa Nicola (n. 16 maggio 1902), Ciccotosto Do-menico e Del Borrello Gaetano.
* 13 gennaio 1927:
Schiavone Michele (n. 25 maggio 1893) e Spadaccini Giuseppe.
* 20 marzo 1927:
La Canale Michele (n. 9 settembre 1908) e Bontempo Giuseppe (n. 4 marzo 1908).
* 12 maggio 1927 diciotto vastesi tra cui:
Zaccaria Nicola (n. 9 aprile 1909), Del Casale Gio-vanni (n. 1901), Del Casale Giuseppe, Tana Luigi (n. 6 gennaio 1909), Sputore Angelo (n. 29 gennaio 1909), Scafetta Nicola (n. 8 ottobre 1904) e Celenza Michele
